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Vivere senza acqua a Zingonia

Roma, 28 Dicembre 2009 - Cosa significa vivere senz’acqua? Questo era l’interrogativo più grande che ci siamo posti muovendo verso Zignonia. Per la prima volta in Italia decine e decine di famiglie sono state private del bene più importante: l’acqua. Proprio pochi giorni dopo la conversione in legge del decreto 135/09 che, con il suo articolo 15, sferrava un ulteriore attacco alla natura di bene pubblico dell’acqua.

La risposta è venuta da sé, nel momento stesso in cui gli abitanti di questo quartiere ci hanno accolto nelle loro case, raccontandoci di quei giorni appena lasciati alle spalle e di cui, tuttavia, permane lo spettro. Spiegare cosa significhi vivere senz’acqua, è raccontare la loro storia.

L’acqua ora c’è e risulta difficile, forse anche a noi che stiamo seduti davanti a loro, capire nel profondo cosa possa significare doverne fare a meno. Eppure puoi provare a comprenderlo quando una volta arrivato davanti alle loro porte – trafelato per i sei-sette piani saliti a piedi (gli ascensori sono ormai rotti da anni), infreddolito per la temperatura mai superiore allo zero – te li trovi davanti e speri che una volta dentro casa troverai un po’ di sollievo. E invece fa freddo. I riscaldamenti sono almeno cinque anni che sono stati tagliati ai palazzi di Zingonia. L’unica cosa che allevia il gelo che continua ad avvolgerci sono i the che ci vengono offerti. Marocchini, tunisini (c’è il mondo a Zingonia). Ognuno fiero di farti assaggiare un pezzo della sua terra. E lì che ti chiedi come possano aver fatto – quelli più poveri degli altri, quelli che hanno dovuto aspettare di più per racimolare i soldi che gli venivano chiesti come acconto, per ben quindici giorni – a stare senza acqua. A dover fare decine di scalini (36 tra un piano e l’altro) carichi di secchi e bottiglie, riempite ad una delle due fontanella di emergenza che, gentilmente, la società di gestione ha messo a loro disposizione. A dover uscire al freddo a prendere l’acqua per cucinare, lavarsi e anche solo per preparare quel the che per tanti – e anche per noi in questi giorni – rappresenta uno dei pochi sollievi. A patto di non voler tenere accesa la stufa a gas per tutto il giorno, per coloro che se la sono potuti permettere ovviamente.

La storia di questi giorni a Zingonia, nelle torri Athena 1,2,3 e le loro speculari Anna 1,2,3 è la storia, per esempio, di Piera – una delle pochissime italiane che vivono in questi palazzi. Piera è sposata con Atef (tunisino) da sei anni e assieme hanno tre bellissimi figli, la più grande di appena 5 anni. Loro sono stati molti più fortunati degli altri. Piera ha la madre che vive in un comune non troppo lontano, per cui potevano andare da lei a lavarsi e a far lavare i loro vestiti. Fortunati loro, a cui l’acqua serviva solo per il bagno, per cucinare e, ovviamente, per preparare il tea. Meno secchi quindi, e poi la fortuna di poter, unico dei sei palazzi, usufruire ancora dell’ascensore.

Fortune che non hanno avuto Fatima, Leila, Hassan e Yasmine. Fatima è una donna marocchina che dal 1990 vive in Italia. Da 10 anni si è trasferita a Zingonia in Athena 3 e da circa tre anni ha comprato la casa – sempre nello stesso condominio – dove ora vive con i suoi tre figli, per l’appunto Leila di 15 anni, Hassan di 7 e Yasmine di 6. Loro vivono al settimo piano e ce l’hanno fatta a superare questi giorni solo grazie all’aiuto di alcuni vicini che, oltre a portare su per le scale i loro secchi d’acqua, facevano qualche viaggio anche per loro quattro. A raccontarci qualcosa – mentre Fatima si prepara per andare a lavorare – è proprio Leila. Nata a Genova parla con un inconfondibile accento bergamasco. Ci dice di aver avuto tanta solidarietà dai suoi compagni di classe, ma che non ha accettato di andare da loro per non lasciare la sua famiglia. Così, per tutti i giorni passati senz’acqua, si sono aiutati a vicenda per lavarsi. Hanno usato bottiglie e bicchieri. Fatima aiutava i più piccoli e loro aiutavano Leila.

E ancora la storia di Talla, 18 anni, senegalese, e del suo migliore amico Bambara, nato in Burkina Faso 19 anni fa. Di due ragazzi africani che hanno provato, in Italia, sulla loro pelle, cosa significhi vivere senz’acqua e che fuori da ogni ideologia e appartenenza sono pronti ad affermare che l’acqua non si può staccare per nessun motivo, perché è vita e non si può vivere senza acqua. Ragazzi che arrivano a chiedersi e, probabilmente a chiederci, perché noi italiani (assieme a tanti altri) ci spingiamo in Africa ad aiutarli a cercare l’acqua e, quando sono qui, gliela neghiamo.

Ma è anche la storia di El Mati e della sua famiglia. Lui ha 49 anni, un corpo minuto e dei baffi nerissimi. Ci accoglie e ci offre il suo tea. El Mati ha lavorato per anni come manovale e ora come tanti è disoccupato. La crisi morde anche loro. Per guadagnare qualcosa vende il pane che la moglie prepara in casa. Per lui non avere l’acqua, ha significato anche perdere ciò che gli consente di tirare su qualche soldo. Le sue due figlie sono ancora piccole e il figlio più grande, Mohamed di 22 anni, è agli arresti domiciliari. Nei giorni senz’acqua è perciò toccato solo a lui fare su e giù per i sei piani di scale a riempire secchi. C’è sollievo nelle persone che abbiamo conosciuto, ma anche tanta preoccupazione. Sindaco di Ceserano (il Comune sul cui territorio ricadono i palazzi di Zingonia) e BAS-SII Spa, sembrano infatti intenzionati a recuperare ogni centesimo di quei quasi 400mila euro di arretrati (e poco importa se le responsabilità di quel debito vadano cercate anche tra i precedenti inquilini, molti dei quali italiani). I patti sono chiari. Le case ufficialmente sfitte sono state murate nei giorni scorsi, e tutti gli inquilini “regolari” dovranno versare 100 € al mese per rientrare dei debiti degli stabili. Se anche una sola di queste 115 famiglie dovesse saltare il pagamento, per l’intero palazzo nel quale vive già dal prossimo 30 gennaio l’acqua potrebbe essere nuovamente tagliata. Con buona pace di chi considera l’acqua un bene da garantire ad ogni individuo, perché necessaria alla vita stessa.

E allora toccherà a tutti fare i salti mortali e, possibilmente, anche di più per racimolare questi soldi. Ad El Mati che oltre ai 400 € di affitto (pagati ad un italiano) e a tutte le altre spese dovrà aggiungere questa nuova tassa. A Fatima che dovrà riuscire a tirarli fuori dai 5 € l’ora (in nero) che guadagna per fare le pulizie. E a tutte le altre cento e passa famiglie su cui pende la spada di Damocle di una Società per azioni controllata dal gruppo A2A, azienda con un utile netto di 316 milioni di euro.

BERGAMO - Un arretrato di 400 mila euro lascia a secco un intero quartiere. Fino al raggiungimento di un accordo

Vivere senza acqua a Zingonia

Gli effetti della privatizzazione su decine di famiglie costrette a vivere senza bere né lavarsi

di Andrea Oleandri - il manifesto del 27 dicembre 2009

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