Rapporto Sanità e salute 2009: il bianco Natale sereno dell’Italia secondo l’ISTAT
L’ISTAT come ogni dicembre fa volteggiare insieme ai fiocchi di neve sull’Italia infreddolita il suo report alla camomilla sullo stato della Nazione. Noi ci siamo soffermati su quelli relativi alla sanita' e alla salute.
La prima osservazione lacerante è che dalle pagine e tabelle di numeri emerge ancora una volta la divaricazione enorme tra Nord e Sud. Da questi dati è evidente come la politica, le lobbies private in connessione con centrali politico-istituzionali e in molte Regioni con chiare infiltrazioni mafiose devino enormi quantità di risorse pubbliche verso interessi privati e perversi.
In questo contesto emergono alcuni elementi come sempre sottaciuti dai media.
Al primo posto come causa di morte si confermano le malattie cardiovascolari e al secondo i tumori. Ma se nel primo caso il tasso tendenziale è in confortante decremento, per quanto attiene i tumori è il contrario: continuano ad aumentare. Notizia che i media chissà perché dimenticano sempre di dare in prima pagina. Anche grandi oncologi come Veronesi si dimenticano di dirlo propagandando ogni giorno nuove cure e nuovi farmaci che “allungano” la vita…Con il tumore, però. Lo stesso Report ISTAT non lo evidenzia. Fa la tabella, ma non evidenzia al lettore come dovrebbe e soprattutto non si perita di cercare di correlare questo dato dell’aumento dei tumori con le sue possibili cause. O perlomeno, se lo fa, non pubblica i dati relativi.
Altro dato impressionante è lo spaventoso aumento degli aborti spontanei con tassi da terzo mondo nelle giovani donne tra i 15 e i 24 anni. I casi assoluti sono passati da 56.157 (riferiti all’anno 1982) a 74.117 (nell’anno 2006), con un aumento del 32,0 per cento. Anche l’indicatore utilizzato per studiare tale fenomeno, ovvero il rapporto di abortività spontanea, mostra un aumento del 44,7 per cento (!) passando da 89,2 casi di aborto spontaneo per mille nati vivi a ben 129,1.
Da sottolineare il rischio delle giovanissime (15-19 anni), che sperimentano livelli di abortività spontanea superiori rispetto alle tre classi di età successive (20-24, 25-29 e 30-34) con un trend nettamente in crescita (oltre il 70 per cento dal 1982 al 2006).
Le differenze territoriali sono abbastanza costanti nel tempo: i valori più elevati si osservano quasi sempre al Nord, eccetto nella seconda metà degli anni Novanta quando è il Centro a prevalere sul resto d’Italia. Al contrario, il Sud presenta sempre i valori più bassi, anche se le differenze tra le varie ripartizioni si fanno meno evidenti nel corso del tempo.
Considerando il dettaglio regionale, si può affermare che il valore più elevato del Lazio influenza nettamente il trend crescente di abortività spontanea del Centro, mentre al Mezzogiorno la Campania ha un peso rilevante nel determinare valori sempre inferiori alla media nazionale raggiungendo il valore massimo dell’indicatore standardizzato nel 2003 con 118,2 casi di aborto
spontaneo per mille nati vivi (contro i 174,5 del Lazio).
Altre regioni che hanno sempre mantenuto valori al di sotto della media nazionale sono: Campania, Calabria, Puglia e Sardegna (eccetto per gli anni 2004-2006). Invece quelle con valori sempre superiori alla media risultano essere Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna (eccetto per il 2005) e Toscana (eccetto per il 2002).
Dati pesanti che meriterebbero un’analisi molto più approfondita. L’ISTAT la fa? No, preferisce dedicarsi alle “buone nuove” sugli aborti volontari. Infatti il report dell’ISTAT preferisce soffermarsi sul dato successivo, quello della riduzione degli aborti provocati. Effetto Ratzinger?
Ma anche qui si dovrebbero fare alcune riflessioni sul fatto che l’aborto si riduce nelle donne in area coniugale, mentre cresce tra le giovanissime. Dato inaspettato la Regione con massima percentuale di IVG è la Liguria con 11,9 per 1000 donne a fronte dell’opposta realtà di Sardegna e Trentino con tassi rispettivamente del 5,6 e 6,4 ogni 1000 donne.
Altro dato su cui si dovrebbe riflettere e che nella stessa fascia di età tra i 15 e i 24 anni si osserva un aumento della TBC polmonare e quella extrapolmonare. Dato di per sé scarsamente correlabile con il precedente visto che gli uomini sono colpiti esattamente il doppio rispetto alle donne. Il perché l’ISTAT non ce lo dice. Quindi non sappiamo se sia legato alla maggiore presenza di AIDS in queste fasce di età o ai flussi dei migranti. I tassi di incidenza totale sono comunque stabili (5 casi di TBC polmonare e 2 di TBC extrapolmonare ogni 100mila abitanti residenti).
A questo punto l’ISTAT ci presenta i dati relativi alla mortalità per causa. Grande notizia: i valori sono in diminuzione rispetto al 2005 quando si registrava un tasso del 9,9 mentre ora si è scesi a 9,5 x 1000 abitanti
Qui tra le righe un altro dato molto pesante: le cause di morte nei bambini tra tumori e malattie cardiovascolari si arriva a ben il 37%! Un secondo dopo l’ISTAT ci rassicura dicendo letteralmente che “questa percentuale è più bassa di quella osservata nel resto della popolazione complessiva (70%)".
Capito? Questa analisi l’ISTAT la chiama elegantemente “struttura della mortalità”. Subito dopo ci viene dato un altro conforto. “Negli adolescenti e nei giovani adulti maschi (15-29 anni) tale proporzione è ancora più ridotta (16,4 per cento), in quanto l’elevato numero di decessi in queste età è da ascrivere a cause di natura violenta (65,1 per cento del totale dei decessi maschili). Nelle età centrali della vita (30-59 anni) le principali cause di morte sono i tumori (45,8 per cento), per i quali il rapporto del numero assoluto dei decessi in questa fascia di età è di 1,2, a svantaggio dei maschi. Le malattie cardiovascolari sono complessivamente, per questa fascia di età, il 19,7 per cento.
Al crescere dell’età i decessi riconducibili a malattie del sistema circolatorio aumentano, sia in termini assoluti (fino agli 89 anni di età) che relativi e, tra gli anziani, costituiscono la causa di morte più frequente. Tra gli eventi fatali che si verificano nella popolazione italiana oltre gli ottanta anni, un decesso su due è riconducibile a questo grande gruppo di cause con una percentuale più elevata nelle femmine rispetto ai maschi (52,7 per cento contro 44,5).”
Per evitare di correre rischi su riflessioni troppo approfondite su questi eventi preoccupanti, l’ISTAT ora ci somministra un bel questionario dal titolo “Come va in generale la sua salute?”.
Qui si tocca con mano l’impostazione consumistica e consolatoria della medicina di Stato e alcune tracce sul futuro che ci aspetta.
All’inizio delle risposte tutto bene: il 67% della popolazione “residente in Italia” ha risposto “molto bene o bene”. Piccolo particolare le donne sono sempre in svantaggio rispetto agli uomini. Ma questo per l’ISTAT non conta, è solo un dato. Ma con il crescere dell’età (e della debolezza sociale) rispondono “positivamente” solo il 35,8% tra i 65 e i 74 anni fino a raggiungere “il 20,5% tra gli ultrasettantacinquenni”!...
Altra chicca è la dichiarazione che “la quota di persone che, pur dichiarando di essere affette da almeno una patologia cronica, si percepiscono in buona salute è pari al 40,1 per cento. Le malattie o condizioni croniche più diffuse sono: l’artrosi/artrite (17,8 per cento), l’ipertensione (15,8 per cento), le malattie allergiche (10,2 per cento), l’osteoporosi (7,3 per cento), bronchite cronica e asma bronchiale (6,2 per cento), diabete (4,8 per cento).”
Ma la strada per aggiungere a queste “malattie croniche” anche i tumori è ormai aperta. Se si nasconde il fatto che i tumori aumentano e si esalta invece che “si vive meglio e più a lungo” si gettano le basi psicologiche e culturali per accettare il tumore come “malattia cronica” e che la distruzione del mondo che ci circonda tramite il suo avvelenamento è ineluttabile, comunque non conta perché tanto ce la caveremo lo stesso! La prevenzione sull’Uomo e verso la Natura? Inutile vecchia ideologia da buttare.
Insomma chi o coloro scrivono queste relazioni dimenticano anche di domandarsi il perché di questi macroeventi che tanto incidono sulla vita e le relazioni sociali del nostro Paese. Dimenticano di dire che fare politica sanitaria a favore dei cittadini in fondo è molto facile, se si volesse davvero prendere come riferimento i dati dell’ISTAT, ma anche altri che l’ISTAT o non pubblica o non mette “nel paniere”.
La cosa curiosa di questi mega eventi novembrini dell’ISTAT è proprio la pseudo asetticità della presentazione del report che sembra orientato tutto e solo ad un solo messaggio: non preoccupatevi, continuate ad intossicarvi con quello che respirate, bevete e mangiate. Non preoccupatevi se state male e vi ammalerete: noi sappiamo come farvi “sopravvivere”. Che non sia “vivere” lo conferma la stessa ISTAT con le valutazioni assolutamente negative degli anziani nel questionario. Ma per carità non si deve capire nella marea di numeri e tabelle!
Ci sono notizie confortanti? Per certi versi sì.
In primo luogo l’obbiettivo della riduzione dei posti letto fissato alla soglia di 4,5 posti per 1000 abitanti fissato dall’Intesa Stato Regioni del 23 marzo 2005 è stato raggiunto e superato. Anche se con enormi differenze tra Regioni, guarda caso quelle più corrotte e infiltrate dalla mafia sono molto indietro. Si va di 3,7-3,9 per mille abitanti di Val d’Aosta, Campania, Puglia e Basilicata ai 5,8-5,9 per 1000 abitanti di Lazio e Molise.
Questo dato della dismissione dei posti letto per ricoveri ordinari è in netta relazione alla creazione di spazi per day-hospital/day-surgery e con le creazione di efficienti servizi di assistenza a domicilio. Buio totale ancora un volta nel Sud e in diverse aree del Centro a cominciare dallo stesso Lazio nonostante sia stato governato da giunte di centro-(sinistra?).
Conclusioni? Molte se ne potrebbero fare su questo modo di “fare statistica” e di fatto non indirizzare la politica sanitaria verso la comprensione degli eventi che si svolgono traducendosi di fatto in negazione del diritto alla salute dei cittadini da una parte e dall’altra nell’offuscamento delle scelte utili per la vera qualità di vita dei cittadini e quindi di garanzia per la loro salute.
Dagli stessi dati alla camomilla dell’STAT comunque emerge con prepotenza l'immanenza del disastro in termini di salute di questa Italia e dunque la necessità urgentissima non più rinviabile di congiungere saldamente politiche sociali e politiche per l’ambiente. Se qualcuno non l’avesse ancora capito, anche a sinistra, non esiste più un mondo del lavoro isolato dal resto della società: la fabbrica infatti da tempo è il territorio. Tutto insieme si distrugge, tutto insieme si salva. Ma con un vincolo ineludibile: la partecipazione dal basso condivisa di tutti i cittadini. Anche quelli che vivono a fianco di coloro che l’ISTAT si ostina a chiamare “i residenti”, come se i migranti, coloro che garantiscono di fatto l’esistenza di larga parte della nostra economia e della crescita giovane dell’Italia, non esistessero.
A questo proposito l'ISTAT scrive. '“Al 31 dicembre 2008 la popolazione residente in Italia è pari a 60.045.068 unità, di cui 29.152.423 maschi e 30.892.645 femmine.
L’incremento registratosi rispetto al 2007 - in cui la popolazione complessiva ammontava a 59.619.290 residenti - è pari a 425.778 unità, come per l’anno precedente, è dovuto al contributo del saldo migratorio. Per quanto riguarda la componente naturale, il numero dei nati vivi in Italia continua a crescere, arrivando, nel 2008, a 576.659 unità (quasi tredicimila in più rispetto al 2007), con un quoziente di natalità pari a 9,6 per mille abitanti. Il numero dei decessi, pari a 585.126 unità, supera di circa quattordicimila unità quello dell’anno precedente, con un quoziente di mortalità di 9,8 per mille abitanti.
L’aumento delle nascite non è però sufficiente a contrastare la crescita della mortalità. Il quoziente di mortalità sale sia al Nord (si passa dal 9,9 al 10,2 per mille) che al Centro (dal 10,0 al 10,3 per mille), e quindi, come già successo nel 2007, il saldo naturale è negativo. Il Mezzogiorno, con un quoziente pari al 9,0 per mille, continua ad essere la ripartizione con la mortalità più bassa, e, come negli anni precedenti, rimane l’unica ripartizione ad avere un saldo naturale positivo. La componente migratoria, è positiva, seppure inferiore all’anno precedente.”
Conclusioni? Forse sì. L’Italia sta morendo. E’ un paese per vecchi piena di giovani che si ammalano sempre più. Ci stanno letteralmente salvando i migranti. Ma questo davvero non si può dire, non si deve capire e si deve nascondere il più possibile.
Il presepio dell’ISTAT 2009 è davvero programmato solo per il White Christmas…
Ma questo disastro statistico in termini di diritto alla salute e di democrazia dell’Italia 2009 è davvero un bianco Natale sereno?
