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L'aria dopo Kyoto

Una delle ricorrenti ipocrisie nella discussione sul clima e quindi sui rischi per la salute e sul futuro dell'umanita' e' l'esaltazione del problema del riscaldamento globale dovuto alle emissione di anidride carbonica non tossica a fronte dell'occultamento e della negazione del gravissimo inquinamento dovuto all'industria e alla finanziarizazzione di beni comuni quali acqua, aria terra e fuoco.

Pubblichiamo pertanto con piacere questa interessante relazione che il dr. Michelangiolo Bolognini ha tenuto all'Universita' di Attac-Italia nel 2005. Tutt'ora assolutamente attuale.

La Redazione

L’aria dopo Kyoto

Relazione per l’Università di Attac-Italia, primavera 2005

L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto ha dato l’opportunità di approfittare della presa di coscienza di qualcuno dei tanti, troppi, disinformati seguaci del conformismo ambientale che hanno scoperto, e sono rimasti giustamente sconcertati, da alcune sue conseguenze, quali il commercio dei diritti di emissione.

Dovrebbe risultare evidente che il Protocollo di Kyoto, così come le Agende 21 o il concetto di Sviluppo sostenibile, a cui il Protocollo esplicitamente si riferisce, rappresentano soprattutto brillanti ed efficaci soluzioni messe in opera dal capitale finanziario globalizzato allo scopo di mantenere ed estendere la propria egemonia, culturale ed ideologica, che diventa politica ed economica, in questo, i “fondatori delle banche” hanno messo a profitto la loro rapina delle idee ambientaliste.

Perché l’ambientalismo critico dovrebbe denunciare Kyoto ?

1) Per la distorsione della scala delle priorità, nell’ambito di un’accorta ed efficace campagna di disinformazione. Un’ analisi teoricamente e politicamente adeguata delle priorità connesse all’inquinamento atmosferico dovrebbe privilegiare, anche enfatizzandola, soprattutto la crescita allarmante degli inquinanti direttamente nocivi per l’uomo: è quello che si denunciava agli albori dell’ambientalismo, basta rileggere “Il Cerchio da Chiudere” di Barry Commoner; si possono fare alcuni esempi: le polveri fini (che sono le PM 1 e le PM 2,5 e non le PM 10! ), i metalli pesanti e, soprattutto, gli agenti cancerogeni e gli inquinanti organici persistenti (P.O.P); è emblematico notare come le normative, a tutti i livelli, non tengano oramai in alcun conto la prevenzione sanitaria, neanche nella forma degradata della valutazione “costo-benefici” – altro che principio di precauzione!- i limiti normativi che vengono previsti assumono con naturalezza l’ “inevitabilità” del danno, neanche più stimato, questo atteggiamento deriva, evidentemente, dalla “inevitabilità” del comando-controllo del capitale globalizzato sulle forme e le modalità di produzione e gestione delle merci; un esempio, che si può citare, è il preambolo della direttiva comunitaria 76 del 2000 sull’incenerimento dei rifiuti, autentico capolavoro di ipocrisia condita da una buona dose di equilibrismo semantico, dove i valori limite “giuridicamente vincolanti” per le emissioni delle diossine sono stabiliti dalla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UN.ECE) – l’organismo evidentemente deputato per la definizione di parametri sanitari – citando, nel contempo, “L’obiettivo di una riduzione del 90% delle emissioni di diossina dalle fonti individuate entro il 2005 (al livello del 1985)” ed, anche, che “I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l’ambiente e i relativi rischi per la salute umana “, in pratica una via di mezzo tra l’esortazione e l’atto di fede. Il parlare molto del Protocollo di Kyoto aiuta ad evitare di parlare della Convenzione di Stoccolma sui P.O.P., lo scontro è impari, se attiviamo, per esempio, un motore di ricerca informatica abbiamo 400.000 citazioni contro meno di 10.000, il rapporto, per quanto riguarda i mezzi di informazione di massa è ancora più squilibrato, quello che si vuole occultare è, però, ben chiaro alle popolazioni dei territori che, fortunatamente, sempre più spesso si oppongono agli impianti nocivi per difendere la loro salute, dimostrando così di essere culturalmente più avanzate anche di quelle poche forze politiche che ne prendono le difese, le stesse che, troppo spesso, sono vittime dell’egemonia culturale dei padroni di una autodefinita ed autoreferenziale “ricerca scientifica” privatizzata ed a senso unico, e che hanno inteso, nel recente passato, la difesa della salute soprattutto come elargizione omnicomprensiva di farmaci, spesso inutili, benedetta ed incoraggiata da Farmindustria.

2) Per l’equivoco del cambiamento climatico visto come emergenza globale.

La problematica connessa ai cambiamenti climatici avrebbe necessità di essere maggiormente approfondita: che le attività umane che si effettuano nei campi energetici e produttivi stiano modificando alcune componenti dell’ambiente atmosferico, in particolare con la crescita del biossido di Carbonio, che incrementa l’effetto serra, ma anche con quella degli aerosol che riducono l’irraggiamento solare, è un dato incontrovertibile che non può essere ignorato neanche dal gruppo, invero non molto numeroso, degli scienziati “negazionisti” che si ritrovano in contiguità con i “neocon” USA, il problema è come legare questi mutamenti a previsioni, scientificamente fondate, di cambiamenti climatici. Significative e non prive di fondamento sono, ad esempio, le critiche del metereologo del M.I.T. Richard Lindzen, basate sulla necessità di applicare il metodo scientifico che, insieme ai dati certi, deve evidenziare anche le incertezze, tenuto anche conto che gli effetti globali di riscaldamento tanto propagandati sono, al momento, scarsamente dimostrabili sia a causa della scala di misurazione dei fenomeni, che è maggiore dell’entità dei fenomeni misurati, come pure per la mancata considerazione del contrastante effetto di riduzione della temperatura di altri inquinanti di origine umana come gli aerosol, tenuto inoltre conto che nel campo della climatologia esistono tuttora molti aspetti del tutto o in parte sconosciuti, come non va pure ignorato il fatto che alcune prese di posizione di scienziati, che portano avanti la tesi di un prossimo drammatico riscaldamento globale, non sono scevre da affermazioni indimostrate e contraddittorie, è il caso di Robert Watson che ha diretto fino al 2002 l’International Panel on Climate Change (IPCC), l’Organismo dell’ONU che si occupa di cambiamenti climatici, il quale, mentre qualifica i critici della sua tesi come tecnici al soldo delle multinazionali, nella sua attuale posizione di alto dirigente della Banca Mondiale propugna, tra le sue concrete proposte, proprio quella già a suo tempo elaborata da un gruppo di esperti di 42 gruppi multinazionali, in preparazione della Conferenza di Rio sull’ambiente del 1992, che prevede l’ evitare qualsiasi intervento pubblico nel settore energetico, che deve essere lasciato al solo “libero mercato”.

Il rapporto tra la crescita degli inquinanti atmosferici e i cambiamenti climatici non è quindi, con buona probabilità, semplice e lineare così come viene volgarmente divulgato.

Comunque, è razionalmente utile e necessario il contrasto anche a questo tipo di crescita di inquinanti anche se non è così prioritario rispetto alla crescita degli inquinanti direttamente nocivi per la salute.

3) Per l’equivoco dell’ “antiamericanismo”, del Protocollo di Kyoto. E’ assai curiosa, per non dire ridicola, l’etichetta “antiamericana” che certe aree politiche vorrebbe apporre al Protocollo di Kyoto sulla base dell’aperto contrasto da parte dell’aministrazione Bush. Chi fa questa operazione dimentica che l’enfatizzazione dei cambiamenti climatici causati da alcuni inquinanti atmosferici, per mettere in sordina gli altri, e più importanti inquinanti, ha una chiara origine “made in USA” a partire dal Rapporto Carter, del 1981, “Global 2000”, fino ad arrivare all’insistenza “monomaniacale” del vicepresidente “ecologico” Al Gore, noto però anche per alcune “guerre umanitarie”.

Su questa tematica, il fatto che l’amministazione Bush abbia drasticamente modificato le precedenti impostazioni, dipende più dagli equilibri/disequilibri interni al capitalismo globalizzato, con la ripresa egemonica degli interessi della vecchia filiera “energetico - petrolifera” piuttosto che da scelte strategiche realmente alternative, in ogni caso l’ “americana” Chicago Climate Exchange si avvia a diventare la principale piazza per il commercio dei “diritti alle emissioni”.

4) Per la mancata focalizzazione di importanti cause della crescita della CO2. Il Protocollo di Kyoto non incide sulle cause di altre importanti fonti di inquinamento, soprattutto per quanto riguarda i trasporti, quegli aerei, come quelli navali, che pure vengono citati e che sono abbondantemente incentivati sul piano economico, il socialdemocratico tedesco Hermann Scheer gli quantifica in 300 Miliardi di dollari annui, tutto questo al fine di contribuire a tenere artificiosamente bassi i costi dei trasporti delle merci, aspetto che da il suo bravo contributo a quel “dumping ambientale generalizzato” che è uno dei motori occulti della globalizzazione dei mercati.

5) Per lo stimolo perverso ad un ulteriore incremento dell’inquinamento atmosferico. E’ da rimarcare la assoluta imprevidenza geopolitica di chi non ha tenuto conto della esplosione economico – produttiva dei mercati emergenti, esclusi dalla applicazione del protocollo di Kyoto, emblematico il caso cinese, le cui emissioni di gas serra seguono ormai da presso quelle USA. Il Protocollo di Kyoto si avvia a diventare, anche per questo aspetto, un potente stimolo al dumping ambientale, riducendo ulteriormente i costi di produzione della Cina e degli altri Paesi del Sud – Asia, espressione di un sistema di suddivisione globale del lavoro i cui costi sono e saranno pagati, in termini sanitari ed ambientali, proprio dai lavoratori e dalle popolazioni asiatiche che sostengono ed incrementano i profitti di imprese, in buona parte, di proprietà straniera. Si assisterà così al paradosso di un sistema che predica la competitività in tutti i settori e pone vincoli, definiti globali, solo per alcuni paesi.

6) Per la mercificazione dell’aria. E finalmente l’aspetto solo apparentemente più sconcertante: la mercificazione dell’aria, quale unico strumento concreto messo in opera da questo famoso Protocollo, un meccanismo di costi aggiuntivi, soprattutto nel settore energetico che saranno pagati, nel nostro Paese, dai consumatori più deboli, in questo riallacciandosi a consolidate tradizioni italiane, che prevedono che gli errori di pochi siano sempre pagati dagli altri, come con la famosa sovrattassa nucleare che paghiamo con la bolletta elettrica, ed ancora di più, con quei meccanismi, che si vorrebbero virtuosi, di incentivo alle energie alternative, CIP6 ieri, Certificati verdi oggi, che hanno finanziato, soprattutto, e sempre con i soldi dei consumatori finali più deboli, la realizzazione di inceneritori spacciati per “termovalorizzatori”, incentivando così le tecnologie più obsolete e “sporche”, rispetto a quelle “pulite” ed innovative, in questo gli esperti di una nota associazione “ambientalista”, che propugnano l’utilizzo della “termovalorizzazione” dei rifiuti, molto ligi alla retorica di Kyoto, sembrano non aver sufficientemente esaminato il Protocollo che, rara nota di merito, prevede esplicitamente tra “i settori/categorie delle fonti” anche l’incenerimento dei rifiuti.

La denuncia della pericolosa retorica che ruota intorno al Protocollo di Kyoto con l’aperto contrasto alla mercificazione dell’aria può utilmente unire questi temi “globali” alle esperienze “locali” di resistenza territoriale che riallacciano quei nessi tra produzioni, ambiente e nocività che l’ambientalismo del capitale ha abilmente occultato.

Un ritorno all’ambientalismo delle origini e di molte avanzate esperienze di allora, ed insieme, una risposta adeguata alle esigenze attuali, recuperando dal passato e proponendo per il presente le “opzioni zero”: sulle produzioni nocive e sulle sostanze cancerogene, come pure sulla crescita dei rifiuti, sulla proliferazione di inutili centrali energetiche e di altrettando inutili duplicazioni di reti e sistemi di comunicazione, in una società che si vorrebbe sempre più aperta al mercato ma chiusa alla cultura ed alla reale conoscenza.

Una campagna contro la truffa di Kyoto può inoltre diventare un occasione di buona “visibilità” di un ambientalismo critico nei confronti di quel vasto mondo sensibile ai temi ecologici, presente fuori e dentro il “movimento”, e per superare le arretratezze ed i comodi conformismi di una sempre più insopportabile retorica ambientale attenta ai soli formalismi, e dai contenuti generici, funzionale all’attuale sistema, ed in cui si iscrive il formale, vuoto e generalizzato apprezzamento del Protocollo di Kyoto.

Per chi è interessato posso anche consigliare il seguente articolo:"Clima o cancro?" http://www.peacelink.it/ecologia/a/3865.html

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