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Caroline de Bendern: ecco la nostra "Marianna"

Caroline de Bendern

Si chiama Caroline, aveva 23 anni. Aristocratica e ribelle. Quando apparve con la bandiera rossa sulla barricate di Parigi, il nonno la diseredò. Abbandonò tutti i privilegi per il sogno di un mondo diverso. Non sarebbe mai stata candidata nel Partito Democratico.

Il 13 maggio 1968, Caroline de Bendern brandisce l'emblema del F.n.l. vietnamita, sostenuta sulle spalle di Jean-Jacques Lebel, istigatore dell'occupazione dell'Odéon.

All'epoca abitavo il Quartiere latino. Il 13 maggio 1968, ho voluto partecipare alla manifestazione. Era la prima volta che sfilavo per protestare sulla strada. Ci eravamo dati appuntamento al punto di partenza del corteo con altri giovani, tra cui Jean-jacques Lebel, il pittore che proporrà, l'indomani, di occupare l'Odéon, che mi sosterrà sulle sue spalle. Lo conobbi per mezzo di alcuni compagni interposti.
La folla si è messa sulla strada verso la Bastiglia. Regnava una grande euforia. Era come una grande festa...

Ero una bella mannequin, senza opinioni politiche e con tanta voglia di vivere. Viaggiavo fra l'Italia, Parigi e New York, frequentavo fotografi, gente del cinema, artisti, come Andy Warhol.

Avevo voglia di viaggiare, conoscere il mondo. In Francia, nell'inverno del '67, ero ospite di una zia. Di giorno in posa. La sera frequentavo pittori, musicisti, intellettuali. Volevo darmi al cinema. E così arriviamo alla manifestazione del 13 maggio, place Edmond Rostang, vicino al giardino del Luxembourg... .

Non ero una rivoluzionaria, ma ero contro la guerra del Vietnam e in America avevo simpatizzato per il movimento hippie. Ho sempre amato la libertà, lo spirito creativo. Ho sempre odiato la violenza e la guerra. Ero felice di essere sulle spalle del mio amico, a cavallo della Rivoluzione.

Quando il nonno vide la foto, poco tempo prima di morire, mi disse che non gli piaceva come ero vestita. Te ne pentirai, mi disse al telefono. Fu di parola: non mi lasciò un soldo dell'eredità. Così mi sono inventata una nuova vita. Avevo sposato Barney Wilson, grande sassofonista conosciuto a Parigi. Partimmo per l'Africa, con il regista Serge Bard. L'idea era di girare un film. Zanzibar, Nigeria. Ci restammo un anno e mezzo, il film non si fece mai, il regista si convertì all'Islam e io divorziai.

I soldi non mi hanno mai interessato, non fanno la felicità. Forse se il Sessantotto avesse davvero cambiato il mondo avrei avuto più coraggio e più speranze. Oggi? Con Sarkozy siamo tornati all'epoca di Maria Antonietta, ricchezza ostentata mentre la gente sta male. Quanto allo spirito del Maggio, non c'è più. Ognuno pensa solo a se stesso.

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