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Memoria senza Memoria?

Stiamo vivendo i giorni della Memoria ma riteniamo che ci si debba interrogare su quali e quante memorie debbano essere conservate. Il poeta ebreo sefardita Moni Ovadia, parlando di un suo poemetto che esprime rabbia e disperazione, ci sollecita ad allargare lo sguardo.

“Voglio farmi testimone per far sì che il Giorno della Memoria non diventi il giorno della falsa coscienza, di chi visita Auschwitz e poi deporta gli africani. L’Olocausto riguardò milioni di slavi, rom, sinti oltre che di ebrei. Guai a togliere alla Shoa il suo valore universale. Io voglio cantare la grande battaglia che toccò gli ebrei per tutti quelli che subiscono altri genocidi, per quanti ancora oggi sopportano la malapianta dell’intolleranza. Da Auschwitz a Rosarno.”1

Perché evocare Rosarno con Auschwitz?

Quello che è accaduto all’inizio di gennaio nella cittadina calabrese è stata una esplosione di intolleranza razzista che ha potuto colpire centinaia di migranti perché la struttura stessa delle istituzioni ha tolto loro il diritto alla dignità umana.

La legge con cui il governo ha voluto stabilire che essere clandestina/o è reato significa porre gran parte dei migranti fuori legge e esporre al rischio di diventarlo chi perde il lavoro, perché i migranti sono considerati non persone ma macchine da lavoro.

Se nel 1938 il governo italiano fascista introduceva le leggi razziali scrivendo:” È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”, oggi abbiamo un ministro dell’interno che dice: “Il problema è ancora una volta la troppa tolleranza nei confronti dell’immigrazione clandestina”.

In realtà è una “tolleranza” fatta di ricatti, di lavoro nero, di sfruttamento, di schiavizzazione. Ma se tutte le vittime di questi soprusi decidessero di non lavorare, ci troveremmo con migliaia di anziani e anziane privi/e di cure, i cantieri edili fermi, nelle campagne cesserebbero la raccolta e la mungitura, e tante fabbriche piccole e grandi scoprirebbero quanto conti la fatica delle/degli straniere/i. E questo potrebbe accadere davvero. Per il 1° marzo è prevista una iniziativa di sciopero partita dalla Francia, intitolata “Senza di noi”, che vuol far provare ai cittadini “perbene” in quali difficoltà si troverebbero se loro cessassero anche solo per un giorno di farsi sfruttare.

D’altra parte quei cittadini perbene dimenticano come in 100 anni 60 milioni di italiani siano emigrati, subendo maltrattamenti, umiliazioni, privazioni, tanto che non c’è quasi una famiglia in Italia che non abbia qualche ramo sparso per il mondo…

E soprattutto dimenticano o non vogliono riconoscere quanto arricchimento culturale e sociale ci portino i migranti con la loro presenza e con la possibilità che ci danno di entrare in relazione con diversi modi di pensare e di vivere.

Il rapporto con i/le migranti è una risorsa, non è un problema!

 

Donne in Nero della Casa delle Donne di Torino

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